New user?
Also registered?
CAPITOLO 1
Annalise's POV
Sono in macchina. E oggi è una giornata di schifo.
Fuori non piove, ma non c’è nemmeno il sole. È solo un altro di quei classici giorni in cui il cielo resta coperto dalle nuvole, e fiochi raggi di luce rendono tutto un’anonima distesa di grigio, priva di vita. Uno di quei giorni in cui ti chiedi a quale scopo sia destinata la tua esistenza. Uno di quei giorni in cui il peso del tempo si fa insopportabile.
Un’altra giornata di schifo, insomma.
«Tesoro, puoi ascoltarmi, per piacere, quando ti parlo?» mi riprende mia madre per la ventesima volta. O forse la ventunesima, ormai ho perso il conto. Oppure ho smesso di contare. Fa lo stesso.
Sospiro indolente e mi tolgo un auricolare, che cade penzolante sulla mia spalla destra. Le note di Sign of the Times si perdono nel silenzio dell’automobile.
Io e mia madre ci stiamo trasferendo a Everview, un piccolo paesino situato nel Montana. È successo tutto dopo la morte di mio padre. Cancro ai polmoni. Solo a pensarci, un nodo mi stringe lo stomaco.
Non avrei mai immaginato di poter sentire un vuoto così grande. E l’oppressione che mi inonda il petto non fa che aumentare di giorno in giorno, minacciando di esplodere da un momento all’altro.
«Hm?» borbotto, cercando di riscuotermi dai miei pensieri, ma la mente mi trattiene, giocando con i frammenti del mio cuore. Perché se prima di allora si era solo scheggiato, con la morte di mio padre è andato definitivamente in pezzi.
Non avevo mai perso nessuno. Non avevo mai conosciuto quello che la gente chiama dolore. Dolore. Solo a pensarci, quella parola mi riempie la bocca di un gusto amaro, velenoso. In latino si dice dolor – oris, che significa letteralmente sentire dolore. Me lo aveva spiegato mia nonna, qualche estate fa.
Ma ora lui non c’è più. E tutti i ricordi che avevo, le risate condivise, le giornate passate insieme fra una missione e l’altra, gli abbracci prolungati prima di un lancio, ora mi appaiono solo macchie sbiadite nel caos che si è annidato tra i miei pensieri. Perché da quel giorno, da quell’attimo esatto in cui il monitor della sua stanza d’ospedale ha emesso il suo ultimo fischio, mi sembra di aver dimenticato come si fa a sorridere.
La mia vita, adesso, è solo dolore.
Spesso mi ritrovo a sfogliare il dizionario, scorrendo con il dito sulle pagine fino a trovare quella parola. Ne leggo le definizioni, una dopo l’altra. Eppure, nessuna di esse riesce davvero a contenerlo.
Nessuna si avvicina nemmeno lontanamente alla verità.
Mentre Cecilia guida, sento che potrei scoppiare a piangere da un momento all’altro, un po’ per la mancanza di mio padre, un po’ per il trasferimento in sé. Soprattutto perché odio i traslochi.
Mi mancano i miei amici. Mi manca Alex, il mio ex, nonché grande amico di mio padre. Mi mancano i miei nonni, rimasti in Europa. Mi manca la mia vecchia casa. Ma, soprattutto, mi manca la mia piccola isola, dove ho trascorso nove spensierati anni a giocare a nascondino o a intrecciare collane di margherite, senza curarmi del futuro che, allora, sembrava così lontano.
Ma ora quel bastardo è arrivato, è qui, proprio accanto a me. E si è divertito a vedermi inciampare nella sofferenza e cadere dritta dritta nel baratro dell’infelicità.
In questo momento, l’unica cosa che mi rimane del passato, oltre al dolore, si nasconde sotto la manica sinistra della mia felpa. Una ferita ancora aperta, un piccolo incubo da cui non mi sono mai svegliata. Un mostro silenzioso che aspetta solo che io torni a guardarlo. A temerlo. Scaccio via quel pensiero.
Fuori dal finestrino, gli alberi infrangono le loro chiome contro il devastante fruscio del vento; le foglie, ora dalle mille sfumature diverse, si mischiano tra loro, creando le più bizzarre combinazioni di colori che solo la natura è in grado di dipingere.
Cerco di nascondere la tristezza dietro un sorriso forzato, mentre le dita giocherellano con i lacci della felpa. L’unica felpa di Alex che mia madre non ha buttato via. Lo adorava, quando stavamo insieme. Ora, invece, evita di nominarlo in qualsiasi modo.
Mi concedo di guardare indietro ancora una volta. L’ultima.
“Attraverso il finestrino, vedo un parco giochi…”
«Fra poco saremo arrivate. Vedrai, la nuova casa ti piacerà, e sono sicura che a scuola ti farai un sacco di amici. Inoltre, ora saremo molto più vicine alla zia Lidia, e potrai andarla a trovare tutti i pomeriggi. Ricordi? Da piccola mi supplicavi sempre di portarti da lei…» mi dice mia madre, cercando il mio sguardo dallo specchietto dell’auto. Annuisco appena.
Uno dei miei ricordi più belli è legato proprio a lei. Le estati trascorse seduta sulla sua sedia a dondolo, sotto il gazebo ricoperto dai fiori del glicine, immersa nel suo profumo dolce e avvolgente. E poi c’era la sua casa, un guazzabuglio di mobili antiquati e oggetti dai mille usi ancora ignoti, sparsi ovunque. La adoravo proprio per questo: non c’era ordine, ma un caos armonioso, in cui colori e odori si mescolavano in un equilibrio perfetto.
Perché zia Lidia, con molta modestia, si potrebbe definire la zia migliore del mondo. Sa essere severa, ma anche incredibilmente gentile. Saggia nei consigli, ma capace di scatenarsi nelle feste più sfrenate. Sì, senza dubbio la migliore.
Al pensiero di lei, del suo sorriso impacciato e dei suoi capelli sempre spettinati, sorrido per davvero. E, in quanto unica sorella di mio padre, è anche l’unica persona che può raccontarmi di lui.
Per quanto riguarda il farmi nuovi amici, non ne sono così sicura.
Se mi concentro bene, riesco a rievocare alcuni volti sbiaditi dell’infanzia. Vecchi compagni delle elementari, forse addirittura dell’asilo. Non è stata una grande perdita doverli lasciare, in fondo. Da bambini tutto sembra più leggero, più semplice. Eppure, i loro nomi continuano a sfuggirmi. Ma non dovrei allarmarmi, visto che in questo periodo sono molti i dettagli della mia vita che non riesco a mettere a fuoco.
I medici l’hanno definito un effetto collaterale del lutto, una sorta di barriera che ha voluto innalzare il mio cervello per cercare di ridurre il dolore, e che, quando sarò pronta, sparirà da sola.
Solo che non so se lo sarò mai.
Attraverso il finestrino, vedo un parco giochi. Due bambini si rincorrono sull’erba, spensierati. E un ricordo fa capolino nella mia mente…
IL RESTO, ANNALISE DOVRÀ RICORDARLO.
E tu dovrai decidere se puoi fidarti di ciò che ricorda.
Vuoi sapere cosa succede dopo? Ricevi gratuitamente il primo capitolo completo.
Vuoi scoprire tutta la storia? Continua il viaggio di Annalise tra ricordi, segreti e verità nascoste. Seguila nella ricerca di ciò che è successo davvero e scopri fino a che punto può fidarsi dei suoi ricordi.
Can I Trust You? è disponibile su Amazon Kindle.
